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Museo di Hera alla Foce del Sele

Erano cinquanta e seguirono Giasone alla conquista del vello d’oro. La loro nave si chiamava Argo e loro erano gli Argonauti. Conquistarono il vello, nella lontana Colchide sul Mar Nero, ma il loro viaggio di ritorno in Grecia fu lungo.

Percorsero fiumi -il Danubio, il Po, il Rodano- e poi scesero lungo la costa tirrenica dell’Italia. Si fermarono alla foce del Sele e dedicarono un santuario alla dea che proteggeva il loro viaggio, Hera, la sposa del padre degli dei Zeus. Hera Argiva, in particolare, Hera di Argo.

Da quel santuario ha protetto per secoli i naviganti ma anche, come madre degli dei, i matrimoni e la prosperità della natura e degli uomini. Ma soprattutto ha marcato un confine importante, quello tra le genti greche di Poseidonia a sud del fiume (la città antica è a soli 9 chilometri dal santuario), e gli Etruschi a nord.

Un luogo di separazione, dunque, ma anche e soprattutto del suo contrario, di scambi economici e culturali tra le due genti. Sanciti e governati da Hera.

Si sapeva dell’esistenza del Santuario dai testi antichi, ma fu grazie all’intuizione dell’archeologa Paola Zancani Montuoro che fu localizzato negli anni Trenta del Novecento tra gli acquitrini del Sele, e scavato dalla Zancani Montuoro assieme a Umberto Zanotti Bianco.

Furono loro a trovare le splendide metope (pannelli di pietra figurati) che accolgono oggi i visitatori del Museo di Paestum: sono state scolpite verso il 570 a.C., qualche decennio dopo la fondazione del santuario, ma si sono perdute le tracce dell’edificio a cui appartenevano.

Poi scavi successivi hanno portato alla luce altre metope con coppie di fanciulle danzanti, che decoravano un edificio della fine del VI secolo a.C. Le ultime costruzioni importanti risalgono alla fine del IV secolo a.C., ma il santuario continuò a prosperare anche in epoca romana.

Se le metope e i molti oggetti trovati nel Santuario sono oggi conservati nel Museo di Paestum, lungo il Sele c’è oggi un museo molto particolare: un museo “narrante”.

È una vecchia masseria restaurata dove pannelli, video, installazioni e ricostruzioni 3D raccontano la storia della scoperta, le vicende del tempio e della devozione al tempio. Così si scopre che il rito antico assomiglia molto a quello moderno della Madonna del Granato: il melograno contraddistingue sia la dea pagana che la madre dei cristiani, e anche la barca decorata per le processioni.

Poi, in uno scuro capannone, c’è lo spettacolo più bello: tutti i miti rappresentati sulle metope del Santuario – le vicende di Eracle, degli Argonauti, della guerra di Troia – s’illuminano e si raccontano. È un’immersione nel mito antico totale e spettacolare.