La liberazione dell’anima

Unica testimonianza della pittura greca a grandi dimensioni, non vascolare, prima del IV sec. a.C., la Tomba del Tuffatore (480/70 a.C.) è singolare anche per il soggetto rappresentato: un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.

 

Mentre tradizionalmente i greci avevano una visione molto negativa del aldilà, nel V sec. a.C. si diffondono nuove idee, basate sulla speranza di una forma di sopravvivenza dopo la morte. Su questa scia, Platone definirà la morte la “liberazione dell’anima”, anticipando così credenze religiose più recenti.

 

La tomba fu trovata a 2 km a Sud di Paestum, all’interno di una piccola necropoli del VI-V sec. a.C. La scena del Tuffatore, che ha dato il nome alla tomba, si trova sul lato interno della lastra di copertura, vis à vis con il defunto. Infatti, dopo il funerale che si svolse intorno al 475 a.C., gli affreschi rimasero nel buio per quasi due millenni e mezzo, fino al ritrovamento nel 1968.

 

Le pareti della tomba, a cassa litica in lastre di travertino, sono decorate con scene di un simposio (banchetto).

 

Tomba del tuffatore_lastra convivio CORR

 

L’eccezionalità della tomba consiste nel messaggio metafisico che trasmette attraverso il linguaggio visivo. Nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora e Parmenide stavano affrontando questioni legate alla metafisica e alla vita dopo la morte. Si diffondevano credenze ispirate dal pitagorismo e dall’orfismo (a sua volta ispirato dal mito di Orfeo che torna dall’Ade grazie alla musica), condivise solo fra chi era “iniziato” nei misteri di questa tradizione. È stato ipotizzato che anche la persona sepolta nella Tomba del tuffatore fosse un “iniziato”.

Tomba del tuffatore_lastra di copertura