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iniziale_articolo ari lettori,
ci siamo quasi: questo è l’ultimo mese prima dell’inaugurazione della mostra “L’immagine invisibile: la Tomba del Tuffatore a 50 anni dalla scoperta”, che aprirà le sue porte il 3 giugno, la stessa data in cui avvenne la singolare scoperta nel 1968. La mostra sarà incentrata sulla controversia che nasce subito dopo il 1968 e continua fino a oggi: quale è il significato dell’immagine del Tuffatore, inserita in una tomba a cassa chiusa nel primo quarto del V sec. a.C. e destinata a rimanere al buio per sempre? – se non fosse stato per gli archeologi che l’hanno sottratta all’oblio –
Più che dare una risposta univoca, la mostra vuole mettere i visitatori nella condizione di riuscire a comprendere perché è così difficile rispondere a questa domanda e perché persino gli studiosi più illustri non si trovano d’accordo.
Un fatto di cui va tenuto conto in tutto ciò è, sicuramente, il contesto a cui appartiene l’immagine. Come gli oggetti esposti per l’iniziativa “il pezzo del mese”, provenienti dal santuario di Hera alla Foce del Sele, anche le pitture dalla Tomba del Tuffatore erano parte di un rituale; non erano opere fatte per essere guardate in un museo, ma oggetti rituali, “magici” se volete, che avevano una loro ragion d’essere, indipendentemente dal loro valore estetico-artistico.
Sarà per questo che giudizi rigorosamente storico-artistici sulla Tomba del Tuffatore sono poco convincenti: trattano l’immagine del Tuffatore come se fosse un quadro esposto in una collezione, messo a confronto con altre opere antiche per esprimere un giudizio estetico laddove, in realtà, si tratta di un oggetto rituale, “magico”. Così l’archeologa Ingeborg Scheibler, nel suo manuale sulla pittura greca antica, conclude che la Tomba del Tuffatore sarebbe “apparsa piuttosto modesta se confrontata con un dipinto di Cimone di Kleonai”. Cimone, di cui non rimane nessuna opera (neanche in copia), è ricordato dallo scrittore romano Plinio per aver introdotto la tridimensionalità nella pittura, perfezionata poi dai pittori del tardo V/IV sec. a.C. come Zeuxis e Apelles, come sappiamo dallo stesso Plinio.
Peccato che la Scheibler non abbia citato anche quello che Plinio dice quando descrive il culmine di questo sviluppo: per lui non era un dipinto iperrealistico di Zeuxis o Apelles, ma un quadro quasi vuoto, con tre linee di contorno, disegnato da Apelles e dal suo collega Protogenes in una specie di gioco-contesto. Tale dipinto, con tre linee quasi invisibili, era conservato nel palazzo imperiale sul Palatino, dove lo vide Plinio. E racconta di come questo dipinto – visto tra le opere raffinate di altri artisti – sembrasse un quadro vuoto. Proprio per questo, tuttavia, riusciva ad attirare l’attenzione di tutti e ad essere apprezzato più di ogni altro dipinto.
Sembra quasi una descrizione del Tuffatore: anch’esso un dipinto semplice, con linee di contorno e senza una vera tridimensionalità. Ma per riconoscere la grandezza della semplicità, ci vuole il coraggio e l’occhio di un Plinio. La lettura erudita di una Ingeborg Scheibler non è sufficiente.
(Il testo di Plinio il Vecchio a cui si fa riferimento si trova nel capitolo 36 del XXXV libro della sua “Storia Naturale”).

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Direttore del Parco Archeologico di Paestum
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