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iniziale_articolo ari lettori,
a volte mi viene chiesto (e lo stesso capita, credo, anche ad altri archeologi) quale sua stata la scoperta archeologica più affascinante alla quale ho assistito nella mia carriera professionale. Forse una moneta d’argento, o persino d’oro? O un vaso dipinto? Una gemma? … Invece non è nulla di tutto ciò. O, aspettate, forse sì. Tra le scoperte più emozionanti c’è stata anche una moneta, ma era di bronzo. La cosa emozionante non è stata la moneta in sé, ma il fatto che si trovava all’interno di un vasetto sepolto sotto il crollo del tetto di una bottega ceramica a Selinunte e che si datava poco prima del 409 a.C. – la data in cui i Cartaginesi rasero Selinunte al suolo. Fu dunque quel tragico giorno che il vasetto finì sotto il crollo e rimase lì: ebbi l’impressione di poter toccare la storia con le mie mani.
Al Museo di Paestum questo febbraio esponiamo, come “pezzo del mese”, alcune monete dal deposito. Beh – potreste dire che ce la siamo cavata in maniera facile, perché si sa, monete e altri “tesori” affascinano il pubblico. Invece no. Esporre questo tipo di oggetti è piuttosto difficile, almeno se li vogliamo esporre nella maniera giusta. Perché quello che non serve certamente più è dare dell’archeologia l’idea, sbagliatissima, secondo la quale nel museo si espongono solo “tesori”.
Sin dal rinascimento e fino ai giorni nostri, la “caccia al tesoro” ha recato danni irreversibili all’archeologia. Scavi clandestini, finalizzati esclusivamente al furto di oggetti preziosi, hanno comportato la perdita dei contesti di molti oggetti trafugati. Ma per noi archeologi sono proprio i contesti che rappresentano il vero “valore” – un valore storico, immateriale, appunto, che ci permette di ricostruire scambi commerciali, cronologie, sistemi di produzione, rituali e sistemi mentali – in breve: il mondo antico.
Le monete ne sono un esempio eclatante: immaginate cosa vuol dire poter ricostruire come si diffonde nel mondo greco, tra VI e V sec. a.C., l’uso della moneta: quali trasformazioni economiche prima e tecnologiche, sociali e politiche poi, questo processo ha comportato. Ma per fare ciò, abbiamo bisogno di conoscere i contesti nei quali le monete antiche venivano usate, la loro distribuzione, il loro valore rituale e simbolico – tutte informazioni che si perdono a causa degli scavi clandestini.
Chiunque voglia può aiutarci a preservarle – innanzitutto rinunciando a qualsiasi forma di collezionismo privato che alimenta, seppure indirettamente, il mercato di antichità e gli scavi clandestini. E ovviamente segnalando attività di scavo clandestino e di trafugamento alle Soprintendenze, al Parco Archeologico di Paestum o alle forze dell’ordine. È il patrimonio storico di tutti, non lasciatevelo fregare!

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Direttore del Parco Archeologico di Paestum
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