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iniziale_articolo ari lettori,
In questo spazio parleremo di quello che (ancora) non sappiamo di Paestum e che ci interesserebbe scoprire. Perché se Paestum è considerata la città magno-greca meglio conosciuta, è anche vero che il sito riserva ancora molti rompicapi per archeologi, architetti e storici. In questa rubrica ve ne racconteremo qualcosa. Questo mese a scrivere è Giovanna Greco.

Entrando nel Museo di Paestum, lo sguardo è immediatamente attratto dalla successione di lastre scolpite che compongono il fregio di un edificio arcaico che si sviluppa su tutti e quattro i lati della sala centrale; nella realtà questo edificio, ad oggi, non è stato ritrovato e le lastre sono ancora alla ricerca di un tempio dove trovare la loro collocazione!

La storia è avvincente e insegna come la ricerca archeologica sia sempre in progress e non si nutre mai di certezze o dogmi.

Quando, a partire dal 1936, in un’area a ridosso della foce del Sele, fu scoperto il “vetusto” santuario di Era Argiva, citato dalle fonti e mai fino ad allora individuato, grande fu lo scalpore e l’interesse del mondo scientifico; nel corso degli anni e fino allo scoppio della guerra, lo scavo condotto da Umberto Zanotti Bianco e Paola Zancani Montuoro portò alla luce un’area sacra con altari, edifici di accoglienza e le fondazioni di un tempio monumentale; ma ciò che rese questo scavo “uno degli avvenimenti più sensazionali” del XX secolo fu il rinvenimento delle metope scolpite nella pietra locale che, per quantità numerica, qualità e l’alta cronologia ( 550 a.C. circa ) non ha confronti in tutto il mondo antico; l’unico complesso rapportabile è quello scoperto a Selinunte!

Questo complesso così eccezionale evidentemente doveva comporre un fregio decorativo per un edificio monumentale che, per cronologia, non poteva essere il tempio di cui rimanevano le fondazioni sul terreno.

L’individuazione di una piccola e modesta struttura, su un lato del tempio, composta da un vano rettangolare su tre lati e, poco distante, un rocchio di colonna, considerato l’unico elemento superstite di un colonnato sulla facciata di un tempietto, portò alla ricostruzione di un edificio di culto, un thesauros decorato da un fregio dorico composto da 36 metope e triglifi che si andavano recuperando sparse su una vasta area che costeggia il fiume.

E’ questa la ricomposizione che oggi affascina il visitatore del Museo; ed il Museo stesso è stato progettato e costruito proprio per accogliere il complesso di lastre scolpite; il progetto architettonico si è sviluppato intorno a questo fantomatico edificio arcaico.

Ma già nel 1958 l’ipotesi del thesauros arcaico comincia a vacillare; vengono alla luce tre nuove lastre del tutto identiche alle 36 utilizzate; divenute 39 invalidano, evidentemente, la ricostruzione proposta e sarà la stessa Zancani a sollevare i primi dubbi, invitando a rimettere in discussione la proposta avanzata e riprendere una ricerca che sempre riserva ulteriori sorprese e porteranno a rivedere quanto già detto nella rinnovata speranza di avvicinarsi al vero

Oggi le tre nuove lastre sono esposte, in basso, lungo un corridoio laterale.

A questo punto gli archeologi si scatenano e fioriscono ipotesi e congetture: di volta in volta viene proposta la presenza di un tempietto più lungo, forse di due tempietti uguali, forse di un tempio più grande per il quale però servirebbero altre metope, tutte da ritrovare e, per il momento, immaginate!

Incastri di un difficile puzzle dove la successione delle metope viene modificata, le lastre spostate da un lato all’altro, rilette, reinterpretate; un gioco a tavolino che non conosce soluzione! Nel 1991, il terreno indagato in profondità racconta tutta un’altra storia: il vano rettangolare è in realtà un piccolo sacello su tre lati che non possono essere allungati (mancano le fondazioni!)

Era un recinto scoperto (non si è mai trovato alcun elemento del tetto), con al centro una colonna votiva; i materiali che si rinvengono nelle trincee di fondazione parlano di una prima struttura cultuale costruita con tutto materiale di reimpiego, all’indomani della deduzione della colonia latina di Paestum nel 273 a.C.; forse uno dei primi edifici sacri dedicati dai nuovi coloni latini nel venerando santuario al fiume.

E le lastre, uno dei più affascinanti testi illustrati che l’antichità ci ha trasmesso, anche senza il loro tempio o il loro programma figurativo, continuano a raccontare le storie di eroi e di dei, a trasmettere quei valori e quei codici etici su cui si fonda la cultura dei greci che arrivano sulle sponde del Sele, agli inizi del VI sec. a.C.; i messaggi sono chiari, propri di una società aristocratica, dove spiccano i valori degli eroi quali Eracle o Achille o le punizioni degli dei per l’uomo che si macchia di superbia e stravolge le regole del vivere sociale.

……. e la ricerca continua !
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